Intro

A 60 anni, Carlo De Martini continua a considerare l’attività del musicista come una inguaribile, idealistica passione giovanile. Altrimenti non si spiegherebbero alcune bizzarre situazioni in cui puntualmente, con la tipica abilità dei Pesci (8 marzo), ama infilarsi.

Per esempio il corso di Coro per  i detenuti della “Nave”, reparto speciale del carcere milanese di S. Vittore, dove una trentina di personaggi in attesa di giudizio per reati connessi allo spaccio e al consumo di droghe generiche, in dodici incontri settimanali di un paio d’ore vengono istruiti e messi in grado di eseguire (sempre all’interno del carcere) un programma di canti vari a più voci. Questa simpatica fatica, durante la quale si creano rapporti con giovani promesse dello spaccio internazionale, con vecchie volpi alla quinta reclusione, e in generale con persone incapaci di prendere decisioni corrette o più spesso condannate in partenza alle scelte di vita che li conducono senza alternative tra quelle mura, è stata interrotta dopo 10 anni dalla crisi totale della cultura musicale italiana.

Con la testardaggine che gli è propria, laddove sarebbe stato assai più comodo desistere, ha portato avanti dal 1988 la gestione di un’orchestra da camera (specializzata in repertorio Classico con strumenti originali) in una città e un’epoca in cui la musica di quel tipo è chiaramente catalogata tra i generi di totale inutilità, anzi tra gli sprechi. Un lusso che a quanto pare la società contemporanea non può più permettersi, assorbita com’è dalle tecnologie dell’emozione virtuale e dalle pressanti preoccupazioni per la quarta settimana. Il Quartettone ha proposto fino al 2010 alcune Stagioni di concerti a Milano, presso il Museo della Scienza e nel cortile d’Onore di Palazzo Litta. (vedi Concerti)

Che dire poi dell’insegnamento, la principale e più stabile delle sue attività? Anche qui, soltanto una ingenua e illusoria weltanschaung in cui la musica potrebbe ancora svolgere un ruolo nella formazione di individui socialmente positivi, non violenti, amanti del bello e discretamente colti, ovvero coltivati nella pratica dell’arte e della collaborazione, può essere la spiegazione del fatto che ben tre intere giornate della sua settimana siano dedicate regolarmente, da settembre a  giugno, a questa assai poco redditizia prassi. E che nei mesi estivi, invece di stendersi al sole, la sua principale occupazione siano Campus di musica d’insieme, orchestra e quant’altro possa giustificare la presenza di adolescenti ammucchiati insonni nelle camerate dei conventi italiani, pronti alla stoica presenza, la mattina successiva, alla prova d’orchestra…

Troviamo tra le attuali dedizioni anche un trio, o meglio un Classico Terzetto Italiano, ultima in ordine cronologico tra le svariate esperienze cameristiche che hanno costellato gli ultimi 30 anni di attività. Un terzetto dove il violino o la viola si collocano tra la chitarra e il flauto, rigorosamente d’epoca, per una visita guidata nel primo Ottocento europeo. Un’altro evidente sintomo di poca aderenza al presente e al concreto.

Il calcio infine, praticato ancora con gioia, nonostante i divieti degli ortopedici, le profezie dei chiropratici, e i colpi della strega implacabili che si abbattono con regolarità su una schiena già martoriata da ernie e lombalgie acute, perdite di sensibilità epidermica ed evidenti asimmetrie posturali derivate dalla pratica  strumentale. Il calcio giocato, il piacere del triangolo, dell’assist, della sovrapposizione, della prepotente conclusione, il piacere di costruire un piccolo universo dove alcuni individui si ritrovano a faticare insieme cercando sincronia e rapidità. Aspetti che senza sorpresa si ritrovano identici nella prassi musicale. La coscienza dell’identità fondamentale tra queste attività, o almeno il loro essere manifestazioni diverse della stessa energia, è assai antica.  Formatasi negli anni settanta e ottanta, questa coscienza ha costituito il filo conduttore di un’esistenza condotta senza soluzione di continuità tra il palco, il campo e l’aula non senza frequenti ritardi dovuti proprio alla mancanza di separazioni nette e anzi alla continua sovrapposizione degli episodi.